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LA SEDUTA SPIRITICA

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Non ricordo perché quell’anno, contrariamente alle mie abitudini, fossi andata al mare proprio d’agosto: forse era destino che incontrassi Elena e Cesare, rispettivamente sorella e marito della mia amica Paola, morta troppo giovane, dopo un lungo periodo di cure, alterne speranze e momenti di profonda angoscia.
Con una cugina, Luisa, e la figlia, avevamo preso in affitto un bungalow in un campeggio al centro di una grande pineta, ma da subito c’eravamo accorte che i muri di cemento del monolocale, che avevamo scelto, non riuscivamo a difenderci dal baccano incessante: bambini, cani, radioline, adulti vocianti le proprie opinioni alla platea dei vicini inermi.
Era pur vero che alle undici di sera vigeva una specie di coprifuoco, ma l'invito al silenzio era ignorato dai più piccoli, dai cani nervosi e da gran parte degli adolescenti, che rientravano a tardissima ora in gruppi ridanciani e rissosi. Io dormivo con i tappi di cera nelle orecchie, Luisa non ricordo come avesse rimediato, in quanto alla figlia, Tiziana, piombava nel sonno di pietra dei suoi dodici anni.
Al mattino raggiungevamo il golfo di Baratti, distante qualche chilometro, illudendoci di trovare un angolo di quiete, e qualche volta ci riuscivamo, perché la spiaggia è vasta e lunga chilometri: basta aver voglia di camminare. Arrivavamo al limite della barriera degli scogli, dove le onde sono più vivaci e le brezze, senza ostacoli, soffiano da sud.
Oltre la bassa penisola, vegetava una colonia di nudisti, buffi e solenni. Aggrappati come anime del purgatorio alle pareti di roccia che chiudono il golfo, espiavano nella tortura del solleone, senza scampo d'ombra, la protervia di esporre agli ultravioletti i peli del pube, unica differenza – ormai - fra loro e chi sceglie il tanga, per essere libero di circolare su una qualunque spiaggia. Ma le passioni, si sa, sono impermeabili alla logica.
Luisa, ad esempio, si stendeva sulla stuoia al mattino appena arrivata e cadeva in uno stato d’ebbrezza stuporosa, godendo del sudore che le scorreva a rivoli sul corpo e della vampa solare che la cuoceva come un forno a microonde. Quando, verso mezzogiorno, Tiziana ed io, dopo ripetuti bagni, cominciavamo a dare segni d’insofferenza per il caldo eccessivo, lei proponeva - con la massima naturalezza - di aspettare il fresco, il tramonto per affrontare la traversata della spiaggia. E non era che vaneggiasse per eccesso d’irradiazione solare, semplicemente parlava in lei la passione per l’abbronzatura africana. Senza ribattere, ci dirigevamo verso la pineta per conquistare una sedia nell’ombra del bar all’aperto. Passavamo il tempo col gioco del calcetto, in partite impari, che regolarmente perdevo. Una musichetta incessante confondeva i pensieri: con il giornale o la rivista abbandonati sul tavolino, si finiva per contemplare il riverbero del mare davanti ad una bibita tiepida, stordite e sonnacchiose.
Fu durante uno di questi pomeriggi che Elena e io c’incontrammo e, dopo qualche momento di perplessità, ci riconoscemmo: erano trascorsi sei anni dall'ultima volta che c’eravamo viste nell’occasione angosciosa del funerale di Paola. In seguito non c’erano state che telefonate in occasione di ricorrenze.
Riconobbi Elena anche se si era fatta bionda: era in splendida forma e dimostrava dieci anni meno della sua età: fosse una cura ormonale o un amante, fra noi non c'era abbastanza confidenza da chiederlo. In quanto a me, ero conscia, invece, di essere ingrassata e invecchiata.
Ritrovammo subito il tono amichevole della pluriennale conoscenza. Restammo fino a sera a parlare: di noi, degli altri, di tutto, dapprima cautamente, poi con sempre maggiore confidenza.
Ascoltandola, ritrovavo nella sua la voce della sorella, lo stesso lieve accento lombardo dalle vocali troppo larghe, e il vezzo di sottolineare un'osservazione con uno spiritoso e intraducibile termine milanese.
Mi accorgevo, guardando il profilo dal naso importante, la bocca grande sul mento rotondo, della straordinaria somiglianza con Paola, mai notata quando l'amica era viva. Ero sempre più contenta d’averla incontrata, l'avrei abbracciata Non mi rammaricavo più di essere capitata nella bolgia della spiaggia d’agosto se questa circostanza mi aveva permesso di rivederla e progettavo di farmi raccontare da lei tutto ciò che ricordava della sorella, la loro infanzia, quando ancora non le conoscevo, e dopo, quando, finito il liceo, Paola si era iscritta alla Bocconi ed era andata via da Genova: era mancata così presto al mio affetto che, cancellata ogni speranza di futuro, volevo almeno possedere il suo passato.
Quando chiesi della famiglia, del marito, dei figli, m’informò che Cesare era al mare anche lui, a pochi chilometri da Baratti, ospite di una sorella. Sempre iperattivo, sempre atletico, sempre nervoso,ma ora anche un po’ fuori di testa: Agata, la seconda moglie, lo aveva piantato all'improvviso. L’avevo conosciuta?
Si, certo, l’avevo incontrata poco tempo dopo il loro matrimonio.
Di passaggio nella città dove abitava, avevo telefonato per un saluto, come ero solita fare un tempo, quando la mia amica era ancora viva: nessuno mi aveva informata delle ultime novità, del matrimonio. Cesare era venuto a prendermi alla stazione e aveva insistito per portarmi a casa sua, a conoscere la moglie nuova.
Ricevuta con premurosa cortesia e fatta accomodare in salotto, come fossi un'estranea, come un'estranea mi guardavo attorno, non riconoscendo più l'appartamento, trasformato da mobili antichi, oggetti d'antiquariato e tende ricamate a mano .
Mentre la signora mi offriva il te in diafane tazzine, di quelle che fanno prudere gli incisivi per la voglia di un morso, la osservavo incuriosita, cercando di sembrare disinvolta. Sapevo di subire a mia volta un esame accurato, una comparazione fra il riferito e la diretta esperienza.
In Agata nulla era fuori posto: il viso liscio e roseo, risultato di un lungo e paziente lavoro di restauro, appariva quasi privo di trucco. Il sorriso era bianco e perfetto, i capelli biondi e lucidi sembravano appena usciti dalle mani del parrucchiere.
In contrasto con la cerimoniosità dell'accoglienza, dopo i primi convenevoli, approfittò di una telefonata che ci aveva lasciate sole, per un enfatico incipit sul grande amore che stavano vivendo Cesare e lei. Un po’ sorpresa dall’improvvisa confidenza, mi chiedevo se per caso non vedesse in me una possibile rivale. Il pensarlo mi risollevò l’umore perché, di fronte a quell’irreprensibile manichino in tallieur chanel, cominciavo a sentirmi una stracciona.
Usava un italiano corretto, senza accenti particolari, ma la sua conversazione era ovvia e infantile come quella delle soap opera. E altrettanto noiosa. Recitava la parte dell’ingenua sprovveduta, che la ringiovaniva, pareva intenerire il marito e ben s’intonava con la sua figura pallida, bionda e sottile.
Incoraggiata dal mio stupefatto silenzio, passò a raccontarmi la storia della sua vita: veramente esemplare, senza dubbio. Mentre cuciva insieme gli anni di collegio, presso non so che convento , il matrimonio, combinato dalla famiglia con un maturo benestante nell’ambiente conservatore e soffocante della Palermo bene, arrivò in salotto il figlio di lei, Ruggero.
Non so se mi riconobbe: io, subito, per il naso bulboso, la bocca molle e i denti piccoli, a grana di riso, che già avevo notato al primo incontro, a Piazzale Michelangelo, dove era arrivato insieme a Cesare, tutti e due a cavallo di potenti motociclette, reduci dal gioco dei centauri. Doveva essere proprio smemorato, il mio ospite, a non ricordare di avermi presentato Ruggero, lodato la sua abilità come corridore e accennato alla villa dove abitava in quel di Arezzo. La scena mi si era presentata chiarissima, come una sequenza cinematografica: Paola, che in quel momento stava piuttosto bene, era ancora molto bella, molto allegra; noi due che passeggiavamo in attesa del marito che tardava, fra turisti, banchi di gelati, chioschi di cartoline ricordo, e poi le presentazioni, i saluti: non era trascorso un tempo così lungo, era la situazione ad essere molto cambiata.
Studiai un attimo il nuovo arrivato : da allora s’era ingrassato, aveva cominciato a perdere i capelli, certamente era oltre la trentina. E allora, quel matrimonio di Agata da giovanissima, doveva forse intendersi che era andata sposa impubere e partorito non oltre i tredici anni? Era tutto quanto falso, tutto sbagliato. Seduta in punta di poltrona mi sentivo a disagio, come davanti a una rappresentazione fatta da una compagnia di guitti.
Le esibizioni di ingenuo candore, le confidenze non richieste, l'insistere sull’innamoramento, istantaneo, per così dire, e fatale, la decisione di sposarsi, presa senza riflettere, sull'onda delle emozioni, da parte di lei. Da parte di Cesare, invece, la versione era stata di un matrimonio ragionato e, soprattutto, voluto da Agata per perbenismo, per timore dei parenti siculi: esibiva, indirettamente, una giustificazione della fretta con cui aveva superato il lutto, da cui solo un anno prima pareva straziato.
Le sensazioni vaghe che avevo rimosso, quasi vergognandomi, stavano prendendo una forma precisa: cominciavo a ritenere più che probabile che i due si conoscessero da molto tempo, non sapevo quanto, ma certo da troppo per essere quei travolti, quelle vittime inermi della fatalità che volevano farmi credere.
Dopo quell’incontro non c’era più motivo di mantenere dei contatti, se per non il desiderio di avere notizie dei figli di Paola, che consideravo quasi dei nipoti. Per questa ragione, telefonavo una o due volte l'anno a Elena, che non sempre poteva informarmi: anche lei non era gradita dalla nuova coppia, com'era logico.
Tutte queste cose mi venivano in mente mentre, ascoltandola , ripetevo a mezza voce:- Povero Cesare, povero Cesare. - Ero un’ipocrita, perché provavo invece una certa soddisfazione nel vedere ripagata con una delusione la facilità con cui si era consolato. Per non parlare dei sospetti di una tresca, che avevano continuato a covarmi dentro ogni volta che ripensavo all'incontro con Agata e a tutte le sue spiegazioni.
Chiesi se sapeva cosa fosse successo tra i due e perché, ma Elena restò nel vago, o forse giudicava di aver già detto troppo. Comunque ci saremmo riviste l'indomani, e quasi sicuramente sarebbe sceso in spiaggia anche Cesare.
Era ormai l'ora di cena: il sole, gonfio e rosso, annegava nel mare immobile. La temperatura si era fatta mite e sulla spiaggia gruppetti di fanatici si disponevano a trascorrere la sera all’aperto, sulla sabbia umida e fresca. Nel bar quasi vuoto Luisa ci aveva raggiunte con la sua esaltante abbronzatura a riflessi viola insieme a Tiziana, chiaramente seccata con me e con la madre per essere stata trascurata.
Cesare venne a cercarmi il mattino dopo nel campeggio. Mi abbracciò con un certo impaccio: dopotutto erano cinque anni che non si faceva vivo.
- Com'era felice di ritrovarmi, non avrebbe mai dovuto interrompere i contatti, ma non era dipeso da lui, Agata era talmente gelosa! Adesso era nuovamente solo, certo Elena mi aveva detto. Ma sì, era quasi contento della riacquistata libertà: il mondo è pieno di donne. -
Non aveva perso il suo narcisismo: abbronzato tutto l'anno grazie alle lampade agli ultravioletti e in forma perfetta per la costante attività sportiva, mi parlava sorridendo, le braccia conserte sul torace muscoloso, la polo azzurra e i jeans giustamente stazzonati, fin troppo conscio di essere un bell'uomo, non più giovanissimo, s’intende, ma sempre macho.
Ipocrisia per ipocrisia, dissi di aver tentato molte volte di mettermi in contatto, di aver telefonato, ma senza esito: nessuno rispondeva mai.
- Certo, abbiamo cambiato casa, Agata è voluta tornare a vivere nella sua villa. Sua, si fa per dire. Se avessi saputo allora delle ipoteche...ma lasciamo correre. –
- E i tuoi ragazzi? - .
- I due maschi si sono presi un appartamento vicino alla fabbrica, la piccola è in Inghilterra e non scrive mai. - Non smetteva di fumare : - Sono rimasto solo, senza casa, senza moglie, senza figli. Ne ho avuto del tempo per riflettere, eppure, forse non ci crederai, ma non riesco ancora a capire il perché l’abbia sposata, l’Agata. In confidenza, manco mi piaceva, al principio. Non era il mio tipo. -
Effettivamente, la seconda moglie non somigliava per niente a Paola: tanto una era bionda quanto l'altra bruna e, in quanto a personalità, la mia amica aveva la grazia irresistibile dell’intelligenza che illuminava i suoi occhi, bellissimi e ridenti, attraversati da guizzi di ironia, a volte ammiccanti, sotto le palpebre abbassate, a cercare la mia silenziosa complicità.
Neppure io riuscivo a spiegarmi il perché avesse sposato quella pupattola e mi resi conto che non riuscivo neppure a perdonarglielo. Mi limitai ad osservare, ad alta voce, che, in ogni caso, un'altra Paola non avrebbe mai potuto trovarla.
Rimase un momento in silenzio, si accese un'altra sigaretta, imprecando sottovoce contro il vizio del fumo, poi ridiventò festante. C’invitò nella villa della sorella e solo con un certo sforzo Luisa riuscì a sottrarsi. Tiziana si era chiusa nella corazza con cui si difendeva dagli adulti e cercava di non esistere.
Io fui letteralmente rapita: mi preparavo a sostenere il ruolo di orecchio compiacente spinta da una pungente curiosità: volevo conoscere le ragioni del fallimento del nuovo matrimonio, capire se Cesare soffriva per la perdita di questo amore, o se era invece solo una ferita per il suo amor proprio. Mi erano bastate poche battute per accorgermi che, sotto l’apparente affabile serenità, era sconvolto.
Durante il tragitto verso la villa, ben più distante di quanto avessi immaginato, continuò a recriminare in modo confuso, saltando dalle spese ingiustificate alla pretesa di Agata di trascinarlo a teatro per rappresentazioni e concerti.
- Io, che dopo dodici ore di lavoro mi sbatto davanti alla televisione. Mi alzo alle sei, va bene? Ma poi ti ricorderai che, anche in vacanza, alla sera non mi muovevo mai. –
Stava guidando troppo velocemente, come suo solito, in una strada secondaria che saliva a tornanti fra colline fitte di querce e macchia mediterranea. Ero tesa, come sempre quando al volante ci stanno gli altri, e non rispondevo. Non che avesse importanza.
Ripensavo a quell'estate nella casa di campagna, vicino a San Gimignano: Paola era già malata, ma tutti speravamo nel miracolo di una guarigione: come poteva morire una persona così vitale, nata per essere felice e far felici gli altri?
Le giornate erano lente e calde: stavo seduta con lei sul terrazzo che guardava verso la valle e ne raccoglieva le brezze. Tornavamo spesso a ricordare i tempi del liceo e i nostri progetti, le prime esperienze e le inevitabili delusioni. Leggevamo i giornali e discutevamo di politica. Come un tempo, progettavamo mondi e utopie, fingendo di essere tornate adolescenti. A volte giocavamo alle massaie facendo dolci o ripieni.

Lidia_castello.gif Alla sera, col fresco, veniva voglia di evadere, veder gente, andare al caffè, al cinema, ma Cesare non voleva muoversi. Due o tre volte mi ero risolta a prendere l'automobile e partire, noi due sole, per raggiungere il paese, pochi chilometri distante. Cesare, sprofondato nella sdraio sulla veranda, ci guardava come se fossimo improvvisamente impazzite. Era arrivato a chiedermi: - Se hai tanta voglia di muoverti, perché non vai da sola? – con un sorrisetto da levati dai piedi. Riaffiorava l’antica gelosia per l’ amicizia fra noi donne, sentimento che aveva resistito agli anni, alle lontananze, con l'aiuto di un'assidua corrispondenza che certo l'aveva infastidito, perché escluso. Avevo sempre dubitato che leggesse le mie lettere anche se a Paola non lo avevo mai chiesto, forse per non sentirmelo confermare.
Fingendo che fosse uno scherzo, gli avevo risposto: - Perché ho paura dei vampiri . - Non poteva impormi di non andare, e non osava polemizzare con la moglie che non era più in grado di guidare e ne soffriva. Al ritorno lo trovavamo ad accoglierci con dei commenti acrimoniosi, del tipo: - Ma cosa vi salta in mente di andare sole, come due serve, nel cinema del paese? -
Noi ridevamo: - Ma allora ti sei schiodato dalla sdraio per venirci a sorvegliare? Potevi stare con noi, ti pare? -.
Certe mattine, invece, tirava fuori la moto nuova , di grossa cilindrata, e partiva per tornare solo a tarda notte: aveva fatto un salto da certi cugini, che abitavano lontanissimi, praticamente ai confini d'Italia . Da subito queste nevrotiche partenze mi erano sembrate stonate. Per Cesare erano terapeutiche, l'unico sollievo alle gravi tensioni cui era sottoposto. Paola e i figli accettavano le fughe come normali diversivi: chissà quando erano cominciate. Ricordandole adesso, mi pareva riconfermassero i sospetti di una tresca con Agata di lunga durata.
Gli chiesi cosa ne fosse dei cugini di Bressanone: da tempo non li sentiva, non ne sapeva nulla, come avevo immaginato.
- Come ti sono venuti in mente? - mi chiese. Ma intanto eravamo arrivati a destinazione. In fondo a un breve viale, sorgeva la villetta, un'incantevole bruttura di fine ottocento, fregi e bovindo a sprecarsi, con l'inevitabile gruppo di cipressi: una residenza alla Bockling.
Sulla veranda ci aspettava la sorella di Cesare: sicuramente c’eravamo già incontrate, anche se non ricordavo né quando né come. Mi accolse con esuberante cordialità, e esibiva una tale felicità nell'avermi sua ospite da mettermi in imbarazzo. Fummo sistemati al fresco, nelle poltrone di vimini, come reduci da un lungo viaggio, Ci piazzò davanti una caraffa di ghiaccio e un assortimento di aperitivi e scomparve in cucina dove stava preparando personalmente il pranzo. La colf non aveva voluto rinunciare al suo giorno di libertà, ci spiegò, e l'aveva abbandonata fra pentole e fornelli.
Cesare s'era come assentato, scuro in faccia, irritato con tutto il mondo; s’era tolto gli occhiali da miope mostrando le palpebre molli e un po’ gonfie, gli occhi dalle iridi troppo grandi, che segnavano il volto di una fragilità nascosta, una sofferenza nervosa non sempre controllabile.
Bruciavo dalla voglia di conoscere la vere ragioni della separazione, che non potevano essere gli screzi e le ripicche che avevo ascoltato. Mentre studiavo un appiglio per iniziare l'inchiesta, mi annunciò improvvisamente di dover tornare in città quel pomeriggio per via di certi affari in sospeso. Sarebbe rientrato la notte stessa, al limite, nella mattinata. Dovevo assolutamente rimanere perché il giorno dopo prevedeva di essere finalmente libero da ogni impegno. Era il dodici agosto e la promessa non era inverosimile.
Non ti stanchi mai di far soldi?- tentai di scherzare, ma Cesare, con un sorriso che somigliava a una smorfia, brontolò fra i denti d'essere in gravi pasticci, di star affrontando un disastro, e tutto per colpa di Agata, s’intende. - Sono rovinato, va bene? Sono rovinato, ma non ti voglio assillare, già ci sono io che penso a queste cose giorno e notte.-
Ci sedemmo a tavola alle due del pomeriggio, secondo l’uso romano, davanti a una quantità terrorizzante di cibo. Per il mio stomaco l'ora era passata da un pezzo e non avevo più appetito. Cesare, anche senza le tensioni della separazione, era un maniaco della dieta sempre con una sua bilancia in mente: la pasta è più di un etto, il condimento è eccessivo, questa pietanza non sopporta la birra, e via di seguito.
Dopo una lunga e snervante schermaglia, fummo lasciati liberi di morire di fame, se proprio lo desideravamo, mentre la nostra ospite si consolava con grandi sorsate di birra scura e, alla fine, con un amaro mille erbe dalle virtù miracolose, che rifiutai il più gentilmente possibile. - Ma non hai bevuto niente ! - esclamò Lucia: - Preferisci un po' di whisky ? -
Essere astemi può essere imbarazzante quanto essere balbuzienti: si è costretti ad astenersi da uno dei riti fondamentali nelle relazioni sociali. Per attenuare la rivelazione traumatica, ricorsi a una battuta: - Sono astemia come Hitler -. Ma Lucia non rise, ebbe un moto di stizza che, per un attimo, la trasformò in una grottesca bambina vecchia. Per tutta risposta si versò dell'altro elisir regalandomi uno sguardo di compassione.
Nel pomeriggio mi fece visitare gli interni della casa: erano state apportate alcune modifiche indispensabili, come i doppi servizi e i termosifoni, ma senza alterare gli orrori floreali, i vetri piombati alle finestre e tutto l'armamentario liberty di pareti e soffitti. Nel giardino sul retro avevano fatto scavare una piscina. Il posto era fresco anche se un po' tetro per via degli abeti e dei cipressi cresciuti esageratamente, ma intoccabili, a causa dei vincoli ambientali. La costruzione aveva una sua sfacciata sicurezza: chi l'aveva progettata era un convinto ammiratore di Ruskin.
Cesare era partito, e Lucia, abbandonata su una sdraio ai bordi della piscina, tentava di combattere l'improvvisa malinconia con l'aiuto di un’altra razione di birra gelata. Mi confidò che si sentiva molto sola, il marito era un professionista impegnatissimo, non era quasi mai con lei . Per la verità, ci tenne a precisare, non era proprio il marito, perché si era sposata molto giovane, un colpo di testa, con un poco di buono, un avventuriero da cui non era ancora divorziata per via del disaccordo sulla spartizione delle proprietà.
- Così, appunto,- aggiunse con un sospiro - finiscono i grandi amori: bisognerebbe imparare dall'esperienza degli altri, e invece, avevo visto cosa era successo al povero Cesare? Abbindolato, ridotto alla disperazione.-
Parlava del fratello come fosse un minorenne. O un ritardato mentale.
-Detto fra noi - ero un amica, poteva confidarsi - suo fratello era in cura da uno specialista dei nervi. Ebbene, lei temeva proprio che questa delusione di Agata lo avesse reso impotente: non sapeva come, ma l'aveva capito.-
Tacque e incontrai il suo sguardo interrogativo: pareva aspettasse una risposta.
Mi balenarono davanti agli occhi gli annunci economici: Prestazioni Diverse = A.A.A. riservatissima italiana accompagnatrice offresi =. Raddrizzai le spalle e, esagerando il tono sorpreso, chiarii: - Pensavo che Cesare te lo avesse detto: l'ho rivisto stamattina, dopo cinque anni, non sapevo neppure che si fosse diviso. -
Mi sentivo come un bidone della spazzatura aperto a chiunque volesse rovesciarci dentro i rifiuti. Maledicevo la mia debolezza: sarei dovuto rimanere al campeggio, a giocare a calcio balilla con Tiziana invece di lasciarmi trascinare su questa collina sperduta, vittima della mia curiosità, finora delusa.
Visto che eravamo in tema di confidenze, sbottai:- Ma si può sapere cosa è successo fra quei due? -
Ma davvero non lo sapevo? Però lei forse non avrebbe dovuto parlarne. Comunque, la colpa era soprattutto di Ruggero, il figlio di Agata, veramente un disgraziato, un fannullone, che aveva pure il vizio del gioco. E la madre che lo difendeva ancora. Cesare gli aveva spaccato la faccia : il naso e una mascella.
- Ma sì, proprio, con un pugno. Per questo era nei pasticci. Doveva essere stata una scena! Sai, quando mio fratello perde il lume, non lo ferma più nessuno. Rincorreva Ruggero per casa, e quando l'altro era scappato fuori, scavalcando la finestra, lui dietro, tutto intorno al giardino finché non lo aveva acchiappato - .
Agata s'era intromessa, cercava di trattenere il marito. Così era stata spinta via, era caduta e si era rotta un polso.
- Madre e figlio lo hanno denunciato per lesioni e fatto diffidare. E' stato chiuso fuori casa: Agata ha cambiato le serrature il giorno stesso. Cesare, a sua volta, ha denunciato Ruggero per truffa: non contento di aver fatto fuori la sua parte di eredità e ridotta sul lastrico la madre, il mascalzone, anche stupido, aveva falsificato la firma di Cesare su un pacco di cambiali. Gli strozzini s'erano presentati in fabbrica, a reclamare i soldi: te la immagini la sua reazione?.-
Intanto era arrivata Elena con la figlia maggiore, una bella ragazzona di vent'anni che, sfilatosi il mini vestito, approfittò immediatamente della piscina .
Lucia offrì a tutti, compresa se stessa, dei cocktail alla frutta, ottimi per fare merenda, precisò. Mentre si muoveva avanti e indietro dal giardino alla casa, l'abito chiaro, ampio e leggero, le svolazzava intorno al corpo appesantito, ma dalla lunga gonna spuntavano le caviglie rimaste snelle e i piedi sottili, con le unghie dipinte di rosso sangue.
Per cena ci spartimmo gli avanzi del mezzogiorno sotto lo sguardo offuscato della padrona di casa, che si limitò a mangiare un gelato, proprio per farci compagnia, abbandonata sul divano, davanti al televisore: era distrutta dalla fatica di vivere e da tutte le bevande che si era concessa.
Elena ed io uscimmo a passeggiare incontro al fresco venticello che saliva dal mare. Arrivammo in fondo al viale da dove si dominava l'ampia vallata boscosa: i sipari dei monti si rincorrevano sempre più scuri e azzurri contro il cielo ancora chiaro, fino all’ultimo, nero crinale, dietro al quale si nascondono gli dei, a guardia del caos.
E' difficile resistere alle tentazioni del metafisico in momenti come quelli: il silenzio in cui eravamo immerse, come in un lago, acuiva i sensi, protesi nel buio sempre più fitto. Provavo un lieve senso di stordimento, e una sottile malinconia si faceva strada, stringendomi la gola davanti alla bellezza della sera estiva. Perché a noi era stata regalata quell’ora verde e azzurra e a Paola negata?. Perché non era con noi, con me, perché il desiderio, i rimpianti non possono cancellare il tempo, riportarci gli esseri che abbiamo amato strappandoli al passato?
Elena, stringendosi lo scialle intorno alle spalle, sussurrò, quasi per se stessa: - La nostra vita deve pur avere un significato. -
Personalmente ho rinunciato da molto tempo a scalare gli specchi, ho accettato l'assurdità del mondo. Vorrei solo che ci fosse un po’ meno violenza, meno dolore. Diventare vecchi significa anche questo gettare la spugna. E poi, come dice il filosofo: -Su ciò, di cui non si può parlare, bisogna tacere.- Mi limitai a sospirare scotendo la testa e in quel momento una stella cadente attraversò il cielo: agosto era puntuale.

Lidia_castello_2.gif Al ritorno, trovammo Lucia che ci aspettava, resuscitata dal coma alcolico e abbastanza irritata per la nostra diserzione. Con un sorriso nervoso annunciò: - Stanotte c'è la luna nera: è la notte giusta. Ho preparato tutto per fare una seduta spiritica. Aspettiamo la mezzanotte.-
Oddio, pensai, ci mancava questa, e non sapevo se ridere o sbuffare. Ricordai però a me stessa che non avevo fatto onore ai manicaretti; non avevo condiviso le bevute; non avevo offerto spunti pruriginosi a proposito di me e del fratello; non potevo deluderla ancora una volta rifiutandomi di partecipare al gioco dello spiritismo.
Provai a dire: -Magari aspettiamo che arrivi anche Cesare.-
Ma Lucia si mise a ridere: - Figurati se torna stasera. E' là che fa la posta a Agata e sorveglia dove va e con chi. Lui dice che va in città per lavoro, ma la verità è questa. Lo hanno visto e me lo hanno riferito. Povero Cesare, quella donna deve avergli fatto una fattura. Adesso lo chiediamo al mio spirito guida. -
Al fioco lume di una lampada schermata nell'angolo più lontano, noi quattro intorno al tavolo, nel centro un disco di carta con stampate le lettere dell'alfabeto e, nel centro del disco, una tazza rovesciata sulla quale tenere la mano sinistra.
Il mio sguardo vagava dal caminetto di marmo intarsiato alle colonnine ornamentali che inquadravano la porta. Da questa, a un certo momento, spuntò la colf, subito invitata a unirsi a noi. Fino ad allora, infatti, la seduta era stata deludente: lo spirito guida era latitante, i messaggi delle anime di passaggio, contrastanti e perfino cretini. Lucia ci rimproverava perché non eravamo concentrate. Forse era il mio totale disinteresse la causa dei ripetuti fallimenti, ma mi pareva che anche Elena e la figlia si stessero educatamente annoiando.
La partecipazione della giovane sudamericana vivacizzò la seduta: gli spiriti cominciarono a parlare spagnolo e a farsi largo a gomitate per intervenire.
Intanto s'era fatto molto tardi e cominciavo a sentirmi invadere dal torpore del sonno. Non potevo sperare che mi mollassero: ancora un giro, ancora un giro, diceva Lucia, come i giocatori di poker nella bisca.
E così iniziammo un altro giro: completamente demotivata, lasciavo il braccio e la mano abbandonati e sentivo le spinte, coscienti o meno, che subiva la tazza nel peregrinare da una lettera all'altra.
Cominciò a segnare la P e poi la A ,e poi la O, e a questo punto, prima che concludesse con la L e la A - come in effetti avvenne - sentii le mani di qualcuno, apparentemente dietro di me, appoggiarsi delicatamente sulle mie spalle. Mi si drizzarono tutti i peli del corpo e fui perfettamente sveglia. Non ero più sola: dentro di me, nella mia testa, chiarissima, pervasiva, la presenza di Paola. Mai l’avevo avuta più vicina, i suoi sentimenti, i suoi pensieri che mi venivano mostrati come un paesaggio nitido ed insieme precario, fuggitivo. Partecipavo della sorridente serenità della mia amica, ma anche della sua fretta: stava passando, non poteva fermarsi che un momento .
Mi ero irrigidita per resistere a Lucia, che mi serrava pesantemente la mano per riprendere il controllo della situazione, far muovere il bicchiere, far parlare gli spiriti come voleva lei.
-Zitte, ferme - dissi sottovoce, e certamente dovevo avere una strana espressione, perché tutte mi fissarono interdette. - Qui c'è Paola, zitte - continuai, con un certo sforzo, perché non volevo distrarmi, volevo assaporare il più a lungo possibile quegli istanti, prima che la presenza prendesse il volo, come un passero, come un'ape. Percepivo il suo affetto per me come una tiepida carezza, un abbraccio, percepivo la tenera ansia per Cesare, ed insieme, la sua estraneità, la definitiva lontananza da ogni contingenza, da ogni sofferenza. Mi pareva che mi suggerisse di confortare Cesare perché le passioni che lo agitavano si sarebbero dissolte e, con esse, anche i problemi, le preoccupazioni sarebbero stati cancellati, presto, molto presto. Poi era svanita, come spazzata dal vento.
Cosa ti ha detto, cosa ti ha detto, smaniava subito dopo Lucia, come se si trattasse di una telefonata.
Semplificai: -Cercava di dirmi qualcosa di Cesare o per Cesare, ma non saprei bene cosa: è rimasta un attimo appena. Ma erano cose buone, positive. – E dopo una pausa sentii il bisogno di aggiungere: era serena, era felice, mi pare di aver capito che presto anche Cesare sarà sereno.
Galvanizzata dal successo che certamente si attribuiva, la mia ospite avrebbe voluto continuare, ma io esagerai la stanchezza, protestai d'essere stremata: dopotutto ero stata posseduta da uno spirito. Questa spiegazione piacque: mi permisero di andare a dormire.
Il mattino dopo, costrinsi Cesare a riaccompagnarmi al campeggio fingendo di essermi dimenticata un impegno, l'arrivo di qualcuno: temevo di ritrovarmi in balia della sorella e delle sue smanie esoteriche ma temevo, anche, nuove manifestazioni del mio inconscio: così avevo deciso di chiamare, in via provvisoria, un'esperienza per me inclassificabile.
Il viaggio avvenne in un silenzio quasi completo: non provavo più nessuna curiosità per le disavventure del mio amico ne’ interesse per le nuove o passate tresche. Non avrei mai saputo la verità e non me ne importava più nulla.
Poco prima di lasciarci, mi chiese se era vero quello che gli aveva riferito la sorella, della sera precedente, della seduta spiritica, insomma. Era impacciato, perché al mattino, davanti a una tazza di caffè, nel bar con la televisione che imperversa, certe cose si tingono di ridicolo. Anch'io ero a disagio e la mia risposta, nel tentativo di essere precisa e pragmatica, suonò incoerente:
- Io non ci credo, non ci credo proprio a quelle cose lì, mi conosci. Eppure è successo, e non posso dire che non è successo, esattamente come non posso dire che ci credo. – Soddisfatta dalla premessa, che mi pareva chiarificante, cercai di riferire qualcosa di intelligibile. Mi sentivo un po’ cialtrona mentre continuavo: - Mi è parso di sentire vicino a me Paola, che mi ha detto - “detto” è troppo preciso, ma non trovo altro –comunque mi ha fatto pensare questo: che vuole che tu sappia che fra poco i tuoi guai saranno tutti quanti risolti, e che ti vuol bene, ha per te affetto e tenerezza. E poi se n’è subito andata come se avesse una gran fretta.-
Cesare aveva il viso alterato da una smorfia, come se stesse per piangere, poi sbottò: -Ma non mi prendi mica in giro, vero? – e mi faceva gli occhi cattivi di quando era spaventato.
Ero imbarazzata e continuavo a chiedermi: - Perché io, proprio io?, Paola, lo sai che non ci credo a queste cose, perché non hai scelto tua sorella? - Eppure il ricordo di quei momenti, suggestione, inconscio, non importa, mi comunicava una inspiegabile serenità: aveva conquistato la dimensione del volo, lei, che amava tanto la libertà dei grandi spazi, che avrebbe fatto il cambio con un uccello, mi diceva, quando ancora viveva con noi.
Cesare mi abbracciò con promesse e arrivederci. Gli chiesi di ricordarmi ai i figli. Dopo un po’ di tempo gli scrissi senza accennare a quanto era capitato alla villa quell’ d'agosto. Mi scusai per la fuga e lo incaricai di ringraziare la sorella dell’ ospitalità, anche se ero certa che non avrei mai più messo piede in quella casa ne’ subito la compagnia un po’ becera di Lucia. Non mi aspettavo risposta.
Ma non mi aspettavo neppure la notizia che, provando una nuova motocicletta, Cesare era caduto spezzandosi l'osso del collo: a nulla erano valsi il casco speciale e la tuta imbottita. E così le sue preoccupazioni, i suoi crucci, erano stati tutti cancellati, risolti. Come mi aveva detto Paola in quella notte d’estate, soltanto pochi mesi prima.

Rita Serando


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LO STUDENTE TURCO

Non avrebbe saputo dire, del piccolo evento che coincideva col suo alzarsi dal letto, se era cominciato quando vi aveva posto attenzione o preesisteva. Da un po' di tempo, alle sei del mattino, veniva dalla strada, una strada stretta, incassata fra alti muri di case, un ticchettio di tacchi. Iniziava dalla parte del mare e finiva quasi di botto quando il vicolo sbucava sulla piccola piazza.
Più volte era arrivato alla finestra che ancora l'eco del ticchettio era nell'aria. Quando si era affacciato aveva intravvisto svolazzare dei capelli lunghi, neri, una figura femminile che stava varcando la soglia dell'albergo situato di fronte, il Blue Moon , categoria zero, per gente di passaggio: naviganti, rappresentanti infimi, prostitute con il cliente.
Aveva anche pensato che non era l'ora, non era l'ora per nessun tipo di persone, il rientrare - oppure entrare - in quell'albergo alle sei del mattino, ma poi si era seduto a tavolino a studiare Analisi Due, dannato esame, che se non lo passava neppure questa volta, doveva rassegnarsi al negozio di ferramenta del fratello, in quel di Novi: l'ergastolo, o giù di lì.
Era incominciato così, con un piccolo rumore ritmico, una distratta curiosità, qualcosa che - giorno dopo giorno - s'era abituato ad attendere, che aveva sollecitato la sua immaginazione, interrompendo la monotonia dei tempi scanditi dallo studio, le lezioni universitarie e i pasti alla mensa fra compagni che si scambiavano appunti e preoccupazioni per gli esami orali o scritti.
Un mattino - l'umido freddo della stanza lo intristiva - era sceso di corsa per comprarsi un po' di focaccia calda di forno e un cartoccio di latte. Nel portone c'era un uomo che sembrava intento a studiare i nomi scritti sulle cassette della posta, alcuni dei quali sbiaditi, altri, addirittura mancanti.
- Lei conosce i signori Pisana? - gli aveva chiesto, abbozzando un saluto.
Senza neppure guardarlo, aveva risposto: - Mi spiace, non conosco nessuno.-
Quando era tornato, dopo un quarto d'ora, l'uomo era ancora lì, e questo lo aveva sorpreso, ma non più di tanto.
Lo rivide - ma era lui? - un'altra mattina, sgusciare in fretta dal portone sentendolo scendere; girava l'angolo, era sparito.
Per due giorni piovve a dirotto e non avrebbe saputo dire se la donna fosse passata oppure no: lo scrosciare dell'acqua sopprimeva ogni rumore; oppure, lei si era messa degli stivali di gomma, delle scarpe basse, chissà.
E poi, all'alba, nuovamente il ticchettio: sì, erano le sei, come al solito. Che fosse un'infermiera con il turno di notte? No, era troppo presto anche per quello.
Alle nove decise di concedersi un caffè nel piccolo bar-latteria sull'angolo della piazza. Seduto all'unico tavolino, un uomo stava leggendo il giornale davanti alla tazza vuota: era quasi sicuro che fosse quello che gli aveva chiesto dei signori Pisana, quello del portone, ma con una faccia talmente anonima, un abito così qualunque, da non poterne avere la certezza.
Uscendo dal locale, diede un'occhiata all'ingresso dell'albergo che ogni mattina ingoiava l'oggetto del suo fantasticare. Ed ecco che lei era lì, alta sui tacchi, i capelli così neri, la pelle così bianca: sembrava la protagonista di un spot pubblicitario ambientato, per un capriccio di regista, fra i muri scrostati e le anguste prospettive di quell’antico rione. Quasi si incrociarono: gli occhi della sconosciuta, troppo lucidi, troppo grandi, erano velati di sogni, non potevano vederlo.
Nel voltarsi per seguire ancora un momento il ritmo del suo passo, l'ondeggiare dei capelli, intravvide l'uomo del bar avviarsi nella stessa direzione, l'aria distratta, guardando in giro come se cercasse qualcosa, qualcuno, le mani occupate a piegare il giornale. Non poteva essere una semplice coincidenza: ci rimuginò sopra tutto il giorno, senza riuscire a smettere, nonostante si rimproverasse per la sua fissazione generata, senza dubbio, dalla noia, dalla solitudine.
L'indomani mattina era alla finestra ad aspettare la solita apparizione. Il ticchettio nel vicolo, i lunghi capelli, il passo deciso: eccola. La vedeva dall'alto, attraverso i vetri, dirigersi verso il Blue Moon. Quando stava per varcarne la soglia, due uomini sbucarono dall'ombra del portone, la presero sottobraccio, quasi sollevandola, uno per parte. Lei cercava di divincolarsi, ora la vedeva bene, di faccia: stava per gridare, ma l'uomo alla sua destra le mise una mano sulla bocca, non brutalmente, ma con fermezza. Sparirono tutti e tre nel vicolo che scendeva al porto. Era stato l'affare di un attimo, una muta sequenza proiettata sul grigio telone dell'alba, nella piazzetta deserta, tutte le persiane chiuse, il selciato lucido di scirocco. Stava per slanciarsi giù dalle scale, all'inseguimento dei rapitori, ma subito si rese conto che sarebbe stato inutile : per quanto veloce, mai li avrebbe raggiunti se, com’ era verosimile, c'era un auto ad aspettarli in corso Quadrio.
Sconvolto e impotente, oppresso da una irragionevole sensazione di colpa, rimase con la fronte appoggiata al vetro della finestra così a lungo che fu aperta la saracinesca del bar e, nei fondi del caseggiato, cominciarono a ronzare le macchine della segheria. La piccola piazza si era animata di passanti che l'attraversavano in un senso e nell'altro.
Si fece scaldare una tazza di latte, sfogliò distrattamente i libri , senza riuscire a concentrarsi, a pensare in modo coerente. Continuava a domandarsi che significato avesse quella scena silenziosa, violenta, inaspettata; se lui fosse l'unico ad aver visto. Arrivò a chiedersi se non avesse sognato tutto quanto. Alle dieci raccattò gli appunti, risolvendosi a uscire: forse sarebbe arrivato in tempo per l'ultima lezione.
Mentre apriva la finestra per dar aria alla stanza, sentì il primo urlo, e poi un altro e un altro ancora, provenire dall’albergo.
La gente si fermava col naso all'in su, uscivano le persone dal bar e dai negozi, mentre gli strilli cominciavano a smorzarsi, per poi cessare del tutto.
Ed ecco arrivare due motociclette della polizia e gli agenti entrare di corsa nello stabile mentre una pattuglia saliva più lentamente, a piedi, perché non era possibile raggiungere il luogo con un'automobile: al massimo ci passava un furgoncino tra i muri delle case alte, addossate le une alle altre.
Dopo molto, molto tempo, portarono fuori una barella con un corpo interamente coperto, il corpo di una persona morta. C'erano, fra gli altri, due giovanotti che brandivano le cineprese, forse per conto di un'emittente televisiva locale, e sgomitavano per farsi spazio fra una donna anziana col turbante viola e un cane sdentato fra le braccia, e un uomo in tuta, grigio di segatura.
Lui intanto era sceso, e ascoltava i commenti della gente assiepata a guardare, ma nessuno pareva sapere nulla di preciso. Forse un drogato morto per overdose- dicevano- chissà. Però, quegli urli: doveva essere stata l'inserviente che riordinava le camere, una ragazzina, e doveva essersi trovata una bella paura.
Nell'albergo non poteva entrare nessuno e a nessuno era permesso uscire. La polizia faceva sgombrare, cercava di allontanare i curiosi.
Ritornò nel suo alloggio, perché era già l'una dopo mezzogiorno. Forse avrebbe dovuto riferire quanto aveva visto all'alba. Cercava di immaginare le domande che gli avrebbero fatto quelli della Questura e le sue risposte: “Che tipi erano i due uomini? Com'erano vestiti? Avrebbe saputo riconoscerli?”
Si rese conto che non sarebbe stato in grado di rispondere niente di utile: erano troppo lontani, la luce incerta, la scena troppo rapida.
“E la donna? La conosceva?”
Non la conosceva, l'aveva vista bene solo una volta. Ma lei sì, che l'avrebbe subito riconosciuta, perché era qualcosa di speciale. E qui come spiegare il gioco che aveva giocato per tante mattine con se stesso, per regalarsi una pausa nello studio, una breve evasione dall'ossessiva logica di calcoli e schemi? No, era meglio lasciar perdere: l'avrebbero liquidato come un visionario. Non aveva nessuna prova a conferma di quanto aveva visto e poi, forse, la ragazza non c'entrava, era un'altra storia. Ma comunque era meglio essere prudenti. E se i due figuri si fossero accorti di lui, che li stava spiando attraverso i vetri mentre la trascinavano via ? E se il cadavere nell'albergo fosse invece collegato con quel rapimento? Se fossero venuti a cercarlo? L’immaginazione infiammata gli spalancava scenari di paura.
Passò la notte rigirandosi nel letto, l'orecchio teso a decifrare i rumori. Ad un certo momento gli parve di sentire qualcuno che si muoveva nella camera. Cercò di vedere nel buio, senza muoversi, e scorse un'ombra, l'uomo del bar, che lo fissava con in mano un coltello. Non potè impedirsi di urlare, ma era stato solamente un sogno, un incubo.
Il giorno dopo lesse sul giornale che al Blue Moon, camera numero nove, l'incaricata delle pulizie, verso le dieci del mattino, aveva scoperto il corpo nudo di un giovane uomo con la gola squarciata, riverso sul letto in un lago di sangue. Il delitto risaliva a diverse ore prima. L'arma non era stata trovata. Nessuno pareva essersi accorto di nulla. Il portiere di notte, interrogato, aveva ammesso di essersi forse addormentato dietro il bancone verso le quattro del mattino.
La vittima era uno studente turco, con permesso di soggiorno turistico. Nessuno lo conosceva, neppure il padrone del Blu Moon si ricordava chiaramente di lui, perché la notte del delitto era stata l'unica volta che il giovane aveva affittato una camera nel suo esercizio - come risultava dal registro.
A conclusione dell'articolo, si faceva l'ipotesi che lo straniero fosse coinvolto in un traffico di droga, perché la polizia aveva scoperto, nascoste nella camera, alcune dosi di cocaina. Forse era stato un regolamento di conti fra piccoli spacciatori, uno dei tanti episodi di violenza che vengono consumati nel ventre antico della città.
Chiuse il quotidiano, lo piegò con cura, lentamente. Due bustine di droga, il movente più ovvio: chi aveva pagato per tutto quanto? E per far tacere il padrone e il portiere? Forse erano bastate le minacce di quei due figuri. E la ragazza, che fine aveva fatto? Altro che modella di spot pubblicitario: con quegli occhi di felicità era stata l’inconsapevole protagonista di un noir.
Quante cose ci sarebbe state da scoprire, da capire, in questa storia imbavagliata, cancellata, ma lui non era un detective, lui era un cretino che stava piangendo, neppure capiva bene per cosa.



Rita Serando (Foto di Ugo Mannerini)

Pitti.gif LE CITTA' DI GENOVA

Genova non è una città, ma tante quanti sono i suoi quartieri, con spazi,
prospettive, abitanti, e perfino climi, diversi. Mi è successo di partire da
Castelletto con la neve, trovare la pioggia all'altezza di Quinto e un tentativo di
sole a Nervi. Se poi si è valicata l'età della pensione, queste realtà si sono
così trasformate da essere a stento identificabili, perché il mondo è cambiato di
più in questi ultimi cinquanta, sessant'anni che in tutti i secoli che ci hanno
preceduto.
La mia prima città l'avevo scoperta dal tetto dell'ultimo piano, dove abitava la mia
famiglia, salendo - di soppiatto - fino al minuscolo terrazzino che, come la coffa
di un veliero, mi affacciava su un mare di ardesia lucidata dal salmastro che ci
raggiungeva al tramonto, salendo dal porto insieme al suono delle campane: tetti,
nient'altro che tetti e su ciascuno un terrazzo, un pergolato, un gatto.
Abitavamo in Via Dei Giustiniani e frequentavo le elementari alla scuola Garaventa,
a due passi da Piazza Cavour e dal Mercato del Pesce. La strada era molto animata,
percorsa dai carretti degli ambulanti: l'ombrellaio, l'arrotino, la venditrice di
banane che si annunciava col noto - almeno, per noi genovesi - grido :"Sciuscianta
l'unn-a". C'erano bar, mescite di vino, drogherie e negozi di alimentari con i
sacchi di granaglie in bella Gmostra sulla soglia. La strada era nota, soprattutto,
per i laboratori di falegnameria e i magazzini di mobili nuovi ed usati. Gli
artigiani lavoravano coperti da grandi grembiuli bianchi, con le porte spalancate
sulla strada e il passante era avvolto dall'odore pungente delle vernici e dei
solventi.
Quando iniziò la guerra, nel 1940, il palazzo fu requisito per non so quale ragione
e noi ci trasferimmo in un appartamento situato a metà strada fra piazza della
Meridiana e Castelletto: dalla nuova abitazione l'occhio poteva spaziare dal
promontorio di Portofino a Capo Mele, dalla collina di San Benigno, che ancora non
era sparita nella deflagrazione di fine guerra, alle Alpi Marittime. Genova era
adesso un grande ventaglio di strade, cupole, torri, navi e moli, una Genova che
esibiva tutte le sfumature del grigio, dall'azzurro argento al piombo; la sua voce
erano le sirene dei rimorchiatori e dei piroscafi che ci raggiungeva senza ostacoli
dal mare.
Continuavo a frequentare la mia vecchia scuola precipitandomi al mattino giù dalla
Maddalena, per Via San Luca, Banchi e Canneto il Curto. All'uscita, insieme ad una
amichetta che abitava dietro Piazza Cinque Lampade, mi divertivo a suonare i
campanelli dei portoni, mi impossessavo di strade, vicoli e piazzette, della città
segreta, quella che non si lascia conoscere in una sola volta: la facevo mia, mio
feudo, mio parco giochi. Accompagnava le nostre scorribande l'odore inebriante delle
friggitorie, quello greve dei negozi di trippa e il profumo di pane e di focaccia
dei forni. Spinta dall'appetito correvo infine verso casa risalendo di corsa la
Salita alla Spianata di Castelletto con una leggerezza che oggi mi riempie di
meraviglia.
Grazie alle finestre del nuovo appartamento, ben presto la guerra ci offerse
panorami inaspettati e terrificanti: dopo una notte di bombardamenti la città
bruciava in grandi falò di disperazione e di morte. Gli adulti tentavano di
indovinare i punti colpiti, io guardavo impaurita ma eccitata quello spettacolo,
consapevole di assistere ad avvenimenti straordinari, e cercavo inutilmente di
negare a me stessa che quei fuochi, quei disastri mi rendevano euforica, nutrivano
l'oscura violenza della vita che stava formando il mio corpo. Al mattino, andando a
scuola, incontravo crateri di bombe e macerie di palazzi che mi costringevano a
tortuose deviazioni, incidenti a cui ben presto mi sarei assuefatta grazie
all'adattamento tipico dell'età.
Poi la guerra finì. Scalate le tre medie, ero sbarcata al Ginnasio Liceo Colombo,
quello stesso che pochi anni dopo avrebbe frequentato Fabrizio De Andrè, e, per
curiosa coincidenza, proprio nella stessa mia sezione, la A.
Quando facemmo conoscenza, molto tempo dopo, a metà degli anni sessanta, ci capitava
- a volte - di rievocare le comuni esperienze scolastiche: il bidello inflessibile
sugli orari, il prof. Pierantozzi, democristiano di ferro, che insegnava italiano e
latino, e il mitico prof. Feo, di matematica, catanese verace, che diceva agli
alunni impreparati: " Ti do due per essere venuto alla cattedra e due perché ritorni
al banco".
Quando ero in quarta ginnasio, nella sezione B terminava il liceo Enzo Tortora che,
durante l'intervallo delle dieci, appariva nel cortile circondato dai compagni di
classe che elemosinavano la sua attenzione. Aveva già le stigmate della persona di
successo: bravissimo, dicevano, in tutte le materie, sempre elegante e distaccato
come un autentico feudatario in mezzo ai sudditi.
All'uscita, le mie passeggiate si indirizzavano verso l'alto: attraverso i giardini
dell'Albergo dei Poveri e la Salita di San Gerolamo, raggiungevo insieme ai compagni
Via Domenico Chiodo, a quel tempo praticamente campagna, salvo il convento delle
suore di clausura e qualche villa disabitata. Spesso si univa al gruppo Edward Neal,
quel Neal che sarebbe diventato in seguito un musicologo di fama mondiale, ma che
all'epoca era un ragazzo foruncoloso che aiutavo nei compiti di latino. Di madre
lingua inglese, lottava con la consecutio temporum, perso nel labirinto dei
congiuntivi, dei passati e dei trapassati semplici e complessi. Appoggiato al
muretto, dando le spalle alla città lontana, immersa nel pulviscolo del sole - una
Genova - miraggio in quelle pause di libertà svincolate dal tempo e dal mondo - Neal
mi recitava bellissime poesie che mi riempivano di ammirazione e invidia. Le
spacciava per proprie ma, per un caso fortuito, scopersi quasi subito essere invece
tradotte da una raccolta di versi di Paul Valery: Neal zoppicava in latino ma
conosceva benissimo il francese. Per farsi perdonare, mi invitava in casa sua a bere
il te, la cameriera con la crestina e la madre che pareva la duchessa di Kent in
incognito. Rimasti soli, rassicurava il suo ego somministrando alla mia indifesa
ignoranza il Valzer Triste di Sibelius o una sinfonia di Malher, e illustrandomi
tutte le raffinatezze dello spartito come se io potessi apprezzarle.
Per tutta l' adolescenza la mia Genova fu la città alta, le colline e i Forti del
Righi, teatro dei momenti liberi, delle mie relazioni e delle gite. Nessuno dei miei
amici aveva un mezzo motorizzato: la domenica, per fare un esempio, si prendeva il
trenino di Casella, si scendeva alla stazione di Pino e, lungo il fianco della
collina, raggiungevamo Creto. Interminabili i ritorni in tramvai: cento fermate,
almeno, dalla Doria a De Ferrari.
Con il matrimonio ridiscesi a valle, quasi in riva al mare, all'inizio di via Cecchi.
Il rione della Foce, all'altezza di Via Rimassa, è diviso in due parti: a ovest i
palazzi nuovi dei ricchi, a est la parte più antica, popolata da varia umanità. E'
una Genova ricca di luce e di vento: prima della definitiva sistemazione di Piazzale
Kennedy, le libecciate facevano volare le barche dei pescatori fino sul selciato di
Corso Italia.
Abitavamo in un palazzo sobriamente decò degli inizi del novecento. Mio marito, ex
navigante, infortunato, amava il mare, era amico dei pescatori del quartiere e
possedeva un piccolo entrobordo con il quale si andava a pescare i polpi. Io stavo
sui remi e Riccardo, catturato qualche granchio sulla massicciata che orlava la
nuovissima Fiera del Mare, preparava l'esca. Mi istruiva su come armare l'arpione,
legare il granchio, aggiungere un pezzo di panno bianco - indispensabile per
attirare la preda - e poi iniziava l'attesa. Inutile aggiungere che non avrei
approfittato mai dei suoi insegnamenti perché ero terrorizzata dai granchi, mostri
con troppe gambe e piccoli occhi feroci, e dai polpi, che una volta pescati,
ingaggiavano con le otto braccia una lotta greco-romana col pescatore e, tentando
disperatamente di fuggire, mi minacciavano nel breve spazio della barca. Una sera
Riccardo ebbe la brillante idea di portare in casa un secchio di granchi vivi:
voleva raggiungere l'indomani certi scogli all'altezza di Quinto, che gli erano
stati segnalati ricchi di prede. Considerato il tempo che avremmo perso nel
tragitto, aveva raccolto le esche nel pomeriggio. L'idea non mi piaceva molto, ma
non potevo negarne la praticità.
Mentre cenavamo, non so bene come, a meno di non supporre una cosciente cordata,
alcuni dei granchi più grossi riuscirono a fuggire dal secchio e ce li trovammo a
vagare per la cucina. Raggiunto il ballatoio con - mi sembra - un unico balzo
prodigioso, fui irremovibile: o me, o loro.
Nonostante mi piacesse farmi portare dalla barca, guardare i palazzi sulle rive
ruotare come in una lentissima danza, risalire con lo sguardo le vallette dei
torrenti che si aprono e si chiudono lungo tutta la costa; nonostante avessi fin
dall'infanzia grande familiarità con i natanti e fossi padrona dei remi,
accompagnare mio marito alla pesca del polpi, per tutto quanto illustrato sopra,
deve essere considerata una prova concreta d'amore. E per amore accettavo, sia pure
di malavoglia, di cenare nella trattoria della Elia, l'osteria dei pescatori in via
Morin (adesso c'è una trattoria cinese), piena di fumo e di gente vociante, alcuni
avventori chiaramente alterati dal vino. Il cibo non era dei migliori e le
conversazioni sui sistemi di pesca, le stagioni favorevoli per i totani alla traina,
il vento di "calissuni" - che è un vento che soffia solo alla Foce - la manutenzione
delle barche o le tecniche per rattoppare le reti, non erano proprio gli argomenti
che avrei scelto per le mie serate. Disinteressata e mai interpellata, finivo per
percepire soltanto un indistinto brusio e lottavo per non abbandonarmi al sonno che
mi invadeva. Riccardo, al contrario, partecipava appassionatamente dei loro
interessi, adeguava il proprio linguaggio al loro, e gli piaceva sentirsi parte di
quell'ambiente tipico e, in un certo senso, arcaico. Sapeva d'essere, in mezzo a
quelle persone, un personaggio quasi foscoliano "bello di fama e di sventura" per il
cattivo destino che lo aveva relegato a terra, lui, navigatore di oceani, marinaio
dalle molte avventure. Infine, ma non come ultima ragione, gli piaceva che molti
degli avventori si rivolgessero a lui per avere consigli sulla propria salute,
fidandosi delle sue capacità diagnostiche più che di quelle di un medico. Fra di
loro lo chiamavano " Ricca u mègu, " - il dottore.
Dopo un certo periodo di full-immersion in queste atmosfere, si dileguava, saturo ed
attratto da altri interessi. Non andavamo più a pescare, ma piuttosto da Giavotto, a
De Ferrari, o in Galleria Mazzini a mangiare la pizza insieme ai suoi amici
giornalisti, fra i quali ho un ricordo particolarmente vivo di Giuliano Cristalli
del Secolo XIX che, nelle serate di buon umore, teorizzava la bellezza della
prostituzione come arte e, in quella sua estetica dell'erotismo, comprendeva la
condanna di attività femminine come la maglia o l'uncinetto perché, a suo
inappellabile giudizio, cancellavano ogni fascino della donna, per quanto bella.
Genova, di sera, è quasi deserta: i genovesi, in questo simili in qualsiasi
quartiere, escono malvolentieri di casa dopo cena, vanno a dormire presto, perché al
mattino bisogna essere freschi e lucidi per dedicarsi alla propria attività. In
centro incontravamo, come dicevo, i giornalisti, e poi gruppi di attori che cenavano
dopo la rappresentazione, qualche artista del pennello, e gli originali, quelli che
vivono per scelta, per protesta, di notte e spariscono all'alba come i vampiri; per
ultimo, spuntava l'inevitabile poeta pensatore con fluente barba incolta, che ci
spiegava com'è fatto il mondo. Galleria Mazzini, vuota, risuonava dei nostri passi,
delle nostre risate: si tirava fino alle tre o alle quattro del mattino.
Poi, con la nascita del figlio, non mi fu più possibile seguire mio marito. C'era
Ugo, un figlio molto desiderato ma che si era appropriato di gran parte della mia
vita. Riccardo mi cercava ed io ero ai giardini di Piazza Rossetti con il bambino,
aveva bisogno di me come autista o come dattilografa e io ero occupata con il
piccolo, aveva bisogno di me, punto e basta, e io ero uscita col passeggino
incontro alla bella giornata.
Ricordo che a quel tempo, accanto alla Sportiva Dario Schenone, là dove adesso c'è
il Ristorante Da Giacomo, si apriva uno spiazzo di terra battuta e, sullo spiazzo,
c'era una piccolissima giostra per piccolissimi, che girava spinta a braccia,
giostra che mia madre aveva subito riconosciuta come quella del "dèghe, dèghe" dei
suoi tempi, quando - per capirci - si poteva andare in barca sul Bisagno. Rincorrevo
i seggiolini e mi divertiva la faccia stupita di Ugo che guardava il mondo girargli
attorno. Si avvicinava qualche bambino uscito da una roulotte degli zingari, poi
arrivava la madre del bambino che voleva assolutamente farmi sapere tutto del mio
avvenire, poi arrivava il mezzogiorno.
Alla sera, seduto ai tavolini del Roby Bar, sotto casa, sede della Misci e Liberi,
cenacolo di utopie, congrega di buontemponi, Riccardo spiegava a gli amici: "Ugo è
la Danzica di casa mia".

Rita Serando

26/01/2006 ore 10.14.20

Foto di Genova


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