
Il respiro più alto dell'acqua
Curatore dell'opera Mauro Macario, da un'idea di Ugo Mannerini.
[ ...] Lontana dagli sperimentalismi delle avanguardie ci riporta a casa, nel cuore della tradizione, umilmente fiera di non celare nessun “sottotesto”, di evitare a saggisti speleologi la calata nella grotta degli stili inaccessibili, di ristabilire un contatto autentico con le sensibilità sopravvissute attraverso una semplicità cesellata, una densa trasparenza, un istinto ragionato, come a voler lasciare di sé, solo ora, il libro segreto, quello frammentato, disseminato di luccicanze, di dettagli esaustivi, di ingressi decodificati; quasi un lungo racconto imploso che si depista e si denuda nella scomposta deflagrazione della poesia.
Mauro Macario
INFO TECNICHE: Autore: Rita Serando; Titolo: Il respiro più alto dell'acqua; Genere: Poesia - Collana: il libro si libera 52 - ISBN: 978-88-7388-173-5; Pagine:100 -Prezzo: 10,00 Euro.
( http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=134674 )
RITA SERANDO nasce a Genova il 12.03.1932 e ci lascia il 17.01.2008 dopo una vita dedicata alla carta stampata. Passa l´adolescenza in Piemonte a contatto con zia Lidia. Questa figura di donna dotta trasmette a Rita l´amore per la letteratura e l´estetica. Torna a Genova nell´immediato dopoguerra, nel 1961 sposa Riccardo Mannerini e dà alla luce il figlio Ugo. All´età di 56 anni si laurea a pieni voti in storia e filosofia all´università di Genova
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Dicembre
Passeggiata da Sant'Apollinare a Cornua di Rita Serando
L'inverno in Liguria ubriaca
col maestrale
in giorni di cristallo di Murano.
Ricordati le nostre passeggiate,
non le dimenticare.
Sulle gole dei monti
il rasoio del sole, il rumore
dei passi tra le foglie
di nudi castagni,
nei cieli di pervinca il silenzio
degli uccelli braccati.
Seduti sulle prode i cacciatori
bevono vino rosso
e i cani
corrono lungo fossi di brina.
Siepi di rosmarino
nascondono cascine abbandonate.
Staccionate cadenti per frutteti
di piccole mele rosse. Tra le ortiche
sedili d'ardesia
attendono ancora i riposi
di ombre antiche.
Ricordati le nostre passeggiate
quando sarai lontano
Con la faccia nell'erba ascoltiamo
l'acqua chioccolare
sotto specchi di ghiaccio, tra i sassi
l'odore del timo ricorda
un paradiso che abbiamo cancellato.
Le navi ferme sul mare di smalto
svaniranno in azzurro d'onde quiete
a un segnale, a una svolta.
Mentre una nebbia gentile
scende sui sentieri,
nei passi del ritorno ci disseta
il profumo dell'aria
Ricordati le nostre passeggiate
quando sarà la notte.
Paese di riviera
Abbandonato forse
da una risacca antica,
all'azzurra collina s'aggrappa
Cervo, paese di Riviera, paese
di basalto e d'ardesia.
Questo sogno ci guida per le creuze
di rocce, di calcare e d'arenaria.
Chiniamo i passi
sotto gli archi ombrosi,
inciampiamo in aiole di sole,
in muri di riverbero bianco
fra siepi di arbusti neri.
Davanti agli usci chiusi,
immobili blasoni,
ci guardano gatti pensosi,
guardiani
di un geloso silenzio.
I nostri passi
hanno un suono pudico
sui mattoni corrosi.
Il campanile di San Giovanni
s'innalza come un faro tra gli olivi
nel sagrato incendiato dal mezzogiorno.
Le possenti radici dei fichi
lottano con i massi.
Alla svolta,
ci invitano alla sosta
intonaci delicati
del color della triglia e della polpa
gustosa del granchio.
Cola lungo i gradini
l'ombra del pomeriggio.
Nella brezza,
odore di pesce fritto
stemperato in profumo di oleandro.
Rita Serando 10.10.2002
Il glicine viola
Il glicine viola
mi stritola il cuore a primavera,
e ritornano chiocce e pulcini
a pigolarmi intorno dell’infanzia,
la lunga veste della nonna inciampa
nei narcisi sul bordo dell’aiuola,
torna la capinera nell’intrico
verde dei rami e canta a gola piena.
Dalla finestra pavesata a festa
coi panni del bucato, la tua voce
mi chiama,
ma quel sole splendente
di un passato che ferisce ed abbaglia,
cancella il tuo sorriso.
E ancora
ritorna in bocca il sapore del tuo affetto
come pane fragrante che saziava
la mia fame bambina
e il suo ricordo
consola la mia sera.
Come il glicine viola,
profuma anche nell’ombra.
Di marzo, di notte
Un grido, un insulto,
una voce che urla – Martina -
di marzo, di notte, per strada.
Martina che scappa
incerta sui tacchi, fra incerti
lampioni e pozze d’acqua.
All’angolo il vento l’abbranca,
la fruga violento, le strappa
le vesti, la bacia
dentro la bocca.
Martina stordita
si arrende alla danza,
pazzia dell’altrove, del vuoto.
Martina, le braccia dell’uomo
che corre a salvarti
ti tengono al suolo, Martina.
E il vento rabbioso,
menando colpi di coda
ai muri dell’alba,
sparisce ingoiato
dal giorno che avanza.
A mio padre
Nell’ultimo sogno che precede l’alba,
sul lungo fiume, fra le bancarelle
dei libri usati,
hai alzato lo sguardo e m’hai sorriso.
Nell’ultimo sogno prima del risveglio
mi hai sorriso,
all’angolo di Pont Neuf, lungo la Senna,
giovane come quando ci hai lasciato
voltando le spalle al tempo.
Il tuo abbraccio era fresco
di tigli ed acqua,
negli occhi larghi e chiari
un tenerissimo altrove.
M’hai lacerato il cuore
con le mani gentili, dalle unghie
brevi e rosicchiate, le tue mani,
trattenute un momento fra le mie
e subito rubate dal risveglio.
Se allo sguardo impassibile sfuggisse
un errore, un singhiozzo del tempo,
e questo piccolo evento fosse:
noi due per i viali
degli Champes Elysées di una Parigi
del mio desiderio.
Cinque poesie di Rita Serando