La sezione contiene una raccolta umorale di ritagli di giornale...
Le emozioni, i ricordi, il pensiero di Fabrizio De André, per la prima volta a fumetti, in esclusiva assoluta. Dalla matita di Ivo Milazzo e dalla penna di Fabrizio Càlzia nasce "Uomo Faber", l'appassionato omaggio di due maestri del fumetto del grande artista. Uno sguardo intimo e profondo sull'uomo DeAndré. Un viaggio sognante nell'universo personale di Faber, attraverso i momenti e le esperienze che più hanno segnato la sua vita e la sua produzione artistica, nell'imperdibile omaggio della grande letteratura a fumetti a un mito indiscusso della nostra musica. Spunta un Riccardo Mannerini rivisitato da Fabrizio Calzia che ringrazio per la preziosa citazione contenuta all'interno del lavoro.
Una recensione completa del fumetto
IL Secolo XIX 12.11.2009
Il cantautore, rivista ufficiale del premio Tenco 2009
L'articolo è leggibile all'interno della sezione PDF
Il secolo XIX 17 giugno 2009
Il secolo XIX 17 giugno 2009
IL SECOLO XIX domenica 17.02.2008
IL SECOLO XIX lunedi 21.01.2008
IL SECOLO XIX sabato 05.01.2008
Fabrizio Calzia e il Bar Igea
Festival della Poesia 12 giugno 2007 a Boccadasse...
Una serata indimenticabile in compagnia di Fernanda Pivano e Vittorio De Scalzi.
Fernanda Pivano è su Wikipedia
Fernanda Pivano e Vittorio De Scalzi ci hanno fatto rivivere i tempi di un De Andrè che è ancora tra noi...
New Magazine Imperia contiene un articolo su Riccardo
Pubblico un articolo apparso sul Secolo XIX due anni fa.
"Signorina anarchia, io sono Irish!"
La riscoperta del poeta Riccardo Mannerini. Scrisse con De André
Era un poeta vero ma non lo sapeva. Il sospetto non gli venne nemmeno quando l’amico Fabrizio De André volle i suoi versi per musicarli. “Prendi pure” gli disse Riccardo Mannerini mettendogli in mano un malloppo di poesie prive di firma. De André lesse, ne apprezzò molte: nacquerò così i testi di “Senza orario senza bandiera”, album di esordio e di successo dei New Trolls; allo stesso modo fu concepito “Il cantico dei drogati”, pezzo di punta di “Tutti morimmo a stento” (1968).
Lo stesso De André trascinò il riluttante Mannerini alla SIAE, per l’iscrizione che gli valse la firma e i sacrosanti diritti d’autore. Un segno di correttezza e di amicizia da parte di Faber, un’amicizia viscerale che tuttavia si ruppe inspiegabilmente nella primavera 1969. Non si rividero mai più, e a vuoto andò un tentativo di riconciliazione del cantautore. “Mio marito non conosceva compromessi” commenta Rita Serando, colei che con amorevole caparbietà ha contribuito – a più di vent’anni dalla scomparsa di Mannerini – alla riscoperta delle poesie del marito (“Non tutte. Sarebbe impossibile. Lui non si firmava mai, chissà quante ce ne sono in giro”), poesie raccolte oggi nel volume “Un poeta cieco di rabbia”.
Il titolo del libro non è casuale né solo metaforico: nel 1961, appena dodici giorni dopo le nozze, il destino sputò in faccia al frigorista Mannerini, imbarcato su una bananiera dei Costa, i vapori ustionanti di una caldaia. Perse quasi del tutto la vista, sarebbe rimasto completamente cieco nell’arco di alcuni anni.
A casa, in via Cecchi, Mannerini seguitò a scrivere poesie su grandi fogli e a coltivare il feroce pallino dell’anarchia, che professava in ore e ore di discussioni ai tavolini di un vicino bar lì alla Foce, lo stesso bar frequentato, in quei primi anni Sessanta, dai componenti della cosiddetta “scuola genovese”, da Lauzi a De André, da Paoli a Tenco. “Erano grandi amici, Luigi e Riccardo - incalza Rita - Mio marito aveva un forte ascendente su Tenco, tuttavia fra i pochi a tenergli testa nelle discussioni.” Non riuscì però, Mannerini, a dissuadere Tenco dal cantare a Sanremo: non poteva essere quello il palcoscenico per quella musica e quelle idee. “Riccardo seguì in TV l’esecuzione di ‘Ciao amore ciao’ - continua Rita - Mi chiamò in salotto ‘Rita, corri a vedere, Luigi è impazzito’. Cantava dimenandosi come un ossesso, sembrava in preda a droghe. Ma era troppo intelligente, Luigi, troppo pieno di vita per finire in quel modo. Chissà, forse aveva bevuto troppo. Nessuno saprà mai la verità.”
Orfano di Tenco e perduto De André, Mannerini comprende infine l’importanza dei suoi versi. Ne invia a Mina, ad altri cantautori, ma trova ovunque porte chiuse. “Senza di me non ce la potrai fare” gli aveva predetto Fabrizio, che conosceva quel mondo. Così Mannerini cade lentamente nel dimenticatoio; compone versi sempre più amari, asciutti, maturi, compagni di una depressione oscura come il buio che lentamente lo avvince e infine lo vince: è un mattino del 1980 e nel suo studio di casa la fa finita. Troppi lo dimenticheranno. Fino al 2001, quando i suoi scritti vengono letti al Teatro della Corte. Fra il pubblico ci sono Luigi Viva, biografo di Faber, e Mauro Macario, che propone le poesie a Liberodiscrivere. Non è difficile convincere l’editore Antonello Cassan che quei versi aspri, schietti, impegnati, impregnati dell’americanismo dissidente della penultima generazione – una spruzzata di Lee Masters, spifferi di Bob Dylan, soffi di Beat Generation, echi pavesiani ma non solo: c’è Mannerini, soprattutto – sono poesia autentica, degna espressione di quel Novecento che – da Montale allo stesso De André – rende Genova vera capitale della cultura mondiale.
L’occasione per ri-scoprire Mannerini è martedì 7 settembre, alle ore 21.00 al Festival nazionale dell’Unità: ci sarà anche Vittorio de Scalzi, storico leader dei New Trolls, con “Signore io sono Irish”. È la poesia – potenza della musica – più conosciuta di Riccardo. “Era lui, Irish - confessa Rita Serando - Riccardo amava farsi chiamare così.” E la bicicletta? “Lo spiegò un giorno a nostro figlio Ugo: la bicicletta è la fede.”
Ma esiste un’altra versione – mai pubblicata – di quella poesia. Termina così: “Signore, io sono Irish. Quello che non verrà mai più.”
Fabrizio Calzia